Portolano Cavallo INFORM@

Non perdere le ultime news legali su Digital & IP, Litigation & Arbitration, Corporate e Life Sciences.
Registrati alle nostre Newsletter. Keep up to date.

ISCRIVITI SUBITO >

Crowdfunding, lo strano caso di Paulownia

  • 26 agosto 2014

UNA STARTUP almeno sulla carta. Innovativa, almeno sulla carta. Quello che di certo non è carta, per Paulownia, è il finanziamento da 520mila euro che ha appena incassato. L’equity crowdfunding serve a questo: le giovani imprese innovative possono raccogliere fondi per crescere, cedendo parte del proprio capitale. Ma anziché contrattare con investitori di professione lo fanno in Rete, rivolgendosi al crowd, il grande pubblico dei risparmiatori. Su Assiteca, una delle piattaforme autorizzate dalla Consob a ospitare queste operazioni, Paulownia Social Project ha presentato il suo piano aziendale: piantare in provincia di Trapani 13mila esemplari di Paulownia, appunto, albero dal legno flessibile e pregiato, buono per mobili o snowboard. Un successo: 13 investitori, versando in media 40mila euro, hanno permesso alla società di raggiungere in sole otto settimane l’obiettivo di 520mila euro. La più ricca e la più veloce delle tre campagne finora concluse in Italia. Ma anche un’operazione che si muove tra le pieghe e i vuoti della normativa. Per la natura della startup, “senza alcun dipendente”, come spiega uno dei suoi soci, Francesco Cuomo. E per il suo effettivo tasso di innovazione.

L’albero e il ramo. Una startup, dice la legge, non deve essere “costituita a seguito di cessione di azienda o di ramo di azienda”. Ha senso: le giovani imprese tecnologiche godono di diverse agevolazioni, tra cui una detrazione fiscale del 25% per chi investe nel loro capitale. Giusto assicurarsi che siano davvero nuove, non vecchi soggetti che si fanno il lifting. Ma una cessione di ramo d’azienda, all’origine di Paulownia, c’è. È Agri Innovazioni, quattro soci tra cui lo stesso Cuomo, che lo scorso 14 maggio trasmette a Paulownia una serie di attività, acquisendone in cambio la quota di maggioranza. “Questo non avviene alla nascita dell’azienda, ma in un momento successivo”, spiega Alessandro Maria Lerro, 46enne avvocato che ha seguito l’operazione. Quanto successivo, però, lo rivela il registro delle imprese: sette giorni. La forma è rispettata, nella sostanza una struttura societaria unica, nell’arco di una settimana, si sdoppia, controllata e controllante.

Nuova società, vecchia attività. Tra le attività che Agri Innovazioni trasferisce a Paulownia c’è anche il brevetto con cui questa si registra come startup innovativa. Per quanto tecnologica la specie di albero che la startup pianterà, Clone in Vitro 112, esiste dal 1972, prodotto di un laboratorio spagnolo. La si coltiva un po’ tutto il mondo, la stessa Agri Innovazioni ne ha già seminati 11 ettari nel Trapanese. “Il nostro brevetto è su un software che, analizzando i dati storici sulla piantumazione, monitora l’andamento delle nuove colture”, spiega Cuomo. “Simile a quelli che esistono per altre piante, ma specifico per la Paulownia”. Non proprio una molecola antitumorale o un motore di ricerca, ma tanto basta per iscriversi come startup alla camera di commercio di Roma. Per di più al sottogruppo delle startup a vocazione sociale, che godono di agevolazioni ancora maggiori. Per entrambi i passaggi è sufficiente un’autocertificazione. La Camera di commercio o l’agenzia delle entrate potrebbero verificarne la regolarità, ma solo in un secondo tempo.

Alchimie finanziarie. Le carte sono in regola per il crowdfunding. Paulownia chiede alla Rete 520mila euro, necessari a mettere in opera la piantagione. In cambio offre il 92% del capitale sociale. Strano: di solito chi ha un’impresa vuole tenersi la maggioranza, non Cuomo e soci: “Per noi il vantaggio è che Paulownia ha già un impegno per vendere il legname, a prezzo fisso, ad Agri Innovazioni, che poi lo commercerà”. Il primo carico arriverà solo fra quattro anni, ma gli incassi sono assicurati. Non certo il rischio che di solito affronta una startup, azienda ad alto tasso di fallimento, tale da giustificare gli incentivi pubblici. Non solo. Paulownia offre agli investitori anche un’altra opzione, in gergo finanziario una put: al quarto anno potranno rivendere alla stessa società le quote al prezzo a cui le hanno acquisite, maggiorato del 7%. Per loro, sommato alle detrazioni fiscali di cui godono per essersi impegnati in una startup, sarà comunque un affare. Per la società, spiega Cuomo, è come aver contratto un prestito a interesse: “Prestito che in banca avremmo ottenuto con difficoltà”. O a un tasso molto più alto.

“Zone grigie” della legge. Ora i soldi sono in cassa. “Stiamo cercando le aree adatte alla piantagione”, spiega Cuomo. “Dipendenti? Per ora Paulownia non ne ha, vedremo se assumere un collaboratore”. Dovevano essere fondi pubblici a sostegno della nuova imprenditoria tecnologica. Hanno finanziato un’azienda che, almeno per come la si intende all’estero, di startup ha poco. Ma che ha saputo muoversi, e potrebbe non essere l’unica, nelle pieghe dei codici: “Se il crowdfunding non avesse avuto successo l’intera operazione sarebbe stata annullata”, riconosce Lerro. Se oltre al risultato anche la forma è salva, ragiona l’avvocato Francesco Portolano, esperto della materia, è anche perché nel decreto Crescita 2.0, la normativa pro imprese innovative approvata nel 2012, qualcosa va sistemato: “I requisiti per essere qualificati come startup non sono chiari: per assicurarsi che l’azienda non sia il prodotto di una semplice riorganizzazione occorrerebbe valutare il complesso degli atti dei fondatori, prima e dopo la costituzione”. Mentre altri criteri, suggerisce, andrebbero del tutto ripensati: “Se un terzo dei dipendenti sono dottorandi o dottori di ricerca, si può essere startup innovativa: bastano anche dei dottorandi in diritto romano, di norma non degli esperti di tecnologia”.

Pubblicato su Repubblica.it